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Storia23 Novembre 2021

Ernest Hemingway, il “ragazzo del Basso Piave”

Il romanziere americano e il suo legame di sangue con il territorio trevigiano.
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Il rapporto tra lo scrittore premio Nobel Ernest Hemingway e l’Italia era talmente profondo che nel 1919, scriveva ad un amico: “Ho così tanta nostalgia dell’Italia che quando ne scrivo viene fuori quel non so che di speciale che si riesce a mettere solo nelle lettere d’amore”. In particolare, il legame con il territorio in cui scorre il Piave, appare più intenso che mai, tant’è che in uno dei suoi scritti, aveva espresso il desiderio di essere sepolto proprio lì, all’ombra dei cipressi dove sorgono le grandi ville venete e i loro silenziosi giardini.

Hemingway sul fronte del Piave
Lo scrittore amava definirsi il “ragazzo del Basso Piave” perché fu proprio qui che, da soldato arruolato dell’American Red Cross, visse le esperienze che poi in parte furono di ispirazione per la stesura dei suoi romanzi. Arrivato in Italia il 9 giugno del 1918, a Schio, alcuni giorni prima dello scoppio della Battaglia del Solstizio, il 26 dello stesso mese Hemingway raggiunse la sezione 2 dell’ARC di Roncade che aveva chiesto rinforzi. Le località di Fornaci, Chiesa Vecchia e Pralongo divennero quindi parte della quotidianità del giovane ufficiale, che si spostava tra le strutture sanitarie e militari della zona, tra cui l’Abbazia del Pero, Villa Albrizzi e Casa Botter.

Casa Botter e Villa Fiorita a Monastier di Treviso
A Monastier di Treviso si trova Casa Botter che era la sede Croce Rossa Americana numero 14 e perciò il suo alloggio ufficiale. La notte tra l’8 e il 9 luglio del 1918 Hemingway venne colpito ad entrambe le gambe dalle schegge di un mortaio austriaco e venne ricoverato a Villa Fiorita, residenza veneziana del XVII secolo che oggi è un elegante relais dove all’interno si trova un’esposizione permanente dedicata all’illustre ospite.

La marca trevigiana come ispirazione
Sono questi anni sul fronte italiano, la guerra e il triste amore con l’infermiera Agnes von Kurowsky che ispirarono il romanziere per uno dei suoi più grandi successi, “Addio alle armi”, uscito nel 1929. Un capolavoro dove le scene si susseguono una dopo l’altra, nella consapevolezza della tragica inutilità della guerra, intrise di quelle atmosfere che l’autore visse nei suoi anni di ragazzo e portò con sé per tutta la vita.

 

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