La recente riscoperta delle specie autoctone, ha riportato il Raboso ai suoi passati splendori. Di questo vino parla Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia e nel Settecento raggiunge persino l’Oriente, come “vino da viaggio” della Serenissima. Il nome “Raboso” viene da un affluente del fiume Piave che attraversa la sua culla naturale da secoli: la pianura trevigiana. E’ austero e robusto, conosciuto per resistere al freddo, alla siccità e allo scorrere del tempo. Infatti in passato, alla nascita di un bambino, c’era la tradizione di conservare una bottiglia di Raboso di quell’anno per il giorno delle sue nozze. Storie che si intrecciano e che si perdono alle soglie degli anni Cinquanta, quando il mercato estero comincia a preferire il Cabernet Franc e il Merlot. Il Raboso viene così dimenticato e quasi estinto per poi risorgere negli anni Novanta grazie ad alcuni produttori locali che lo hanno ripiantato nelle loro vigne con la missione di rivalutarne il suo ampio curriculum e le caratteristiche.
Probabilmente tra gli antenati del Refosco e del Friulano, è un vino che necessita di un periodo di invecchiamento di almeno tre anni. L’affinamento in botte infatti ammorbidisce le sue caratteristiche austere e sapide, rendendolo armonioso, arricchendo il suo bouquet fruttato. E’ perfetto per l’abbinamento con cacciagione, carni rosse e formaggi molto stagionati.
Le sue note rustiche non gli hanno impedito di riprendersi i cuori dei viticoltori trevigiani, riunendo i fili delle tradizioni e ricostruendo una piccola nicchia dove il Raboso del Piave può tornare a raccontare la sua millenaria storia.
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